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Veneto, capitale della visione e del cinema (di Gian Piero Brunetta)
Pubblichiamo il testo dell’intervento tenuto dal Prof. Gian Piero Brunetta, tra i maggiori studiosi e storici del cinema italiani, in occasione dell’Adunanza solenne dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti del 7 giugno 2026, a Palazzo Ducale, Venezia. Nell’orazione, dedicata al ruolo del Veneto come «capitale della visione», trova spazio anche il Museo del Precinema di Padova, inserito dal Professore nel più ampio racconto delle origini e dello sviluppo della cultura dello spettacolo e delle immagini, insieme ad altre importanti realtà venete. Buona lettura!
Fonte:
https://www.stefanoferrio.com/scritti/55-veneto-capitale-della-visione-e-del-cinema/

“Veneto capitale della visione e del cinema, da Galileo alla Mostra di Venezia” è il titolo dell’orazione ufficiale tenuta il 7 maggio a Venezia, in Palazzo Ducale, dallo storico del cinema Gian Piero Brunetta in occasione dell’annuale Adunanza solenne dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. “Veneto capitale del cinema e della visione” è anche il titolo del libro scritto da Brunetta e appena pubblicato per i tipi di Ronzani Editore. Professore emerito di Storia e Critica del Cinema dell’Università di Padova, Gian Piero Brunetta è riconosciuto a livello mondiale tra i più autorevoli e illuminati storici del cinema, materia a cui ha dedicato una sterminata, pregiatissima bibliografia.
di Gian Piero Brunetta
Caro Presidente, cari Consiglieri, caro Cancelliere, cari Soci vecchi e nuovi, gentile Pubblico
Vi ringrazio per l’invito e per la Vostra presenza. Questo per me è un giorno importante e sono contento di avere l’occasione di parlarvi di uno dei temi che più hanno accompagnato in questi cinquant’anni i miei studi e la mia vita.
Nel rievocare le sue avventure di spettatore Italo Calvino, ha scritto che, negli anni della giovinezza, il cinema è stato per lui il mondo. Su di me, cresciuto al Lido di Venezia e attirato, fin da piccolo, dalla Mostra del Cinema come dal canto delle sirene, il cinema ha influito in modo decisivo su emozioni e formazione culturale, e come vero e proprio “luogo d’amore”, scuola di sentimenti, passioni e studio. Un luogo di cui ho presto aspirato a ottenere un diritto di cittadinanza. Come una seconda casa, un mondo parallelo in cui trascorrere una parte importante d’una seconda esistenza. Oltre che habitat affettivo, ideologico, culturale, materiale, il cinema è stato lo spazio privilegiato di molte avventure, un territorio sconfinato che ho cercato di esplorare nella molteplicità degli aspetti e interconnessioni senza mai perdere curiosità, fede ed entusiasmo.
Da un certo momento delle mie ricerche sul cinema italiano, grazie alla lezione dei maestri padovani, Sergio Bettini e Gianfranco Folena, e ad alcuni altri incontri decisivi, il Veneto mi è parso come il punto di confluenza e irradiazione europea e mondiale di tutti i movimenti legati agli spettacoli popolari, alle metamorfosi prodotte dai mutamenti tecnologici e modalità della loro fruizione. Forte di questa convinzione ho cercato di trovare e creare più occasioni possibili per raccontarne e ricostruirne il ruolo di guida e connessione costante per tutte le forme di spettacolo, entro cui, a un certo punto, sono entrati quelli ottici, che hanno occupato nei secoli la scena in modo sempre più pervasivo.
I punti, nodi e archi che ho cercato di connettere e sviluppare, muovendomi all’interno di una storia della visione tutta da costruire, puntavano a cogliere identità e specificità territoriali (Roberto Longhi avrebbe parlato di “spiro locale”) di cui rivendicare priorità ed eccellenza nel breve e lungo periodo. Ho cominciato a occuparmi di visione popolare, spettacoli ambulanti, venditori di stampe, impresari di Mondi Nuovi, già alla fine degli anni Settanta, grazie anche alla lettura della Storia di Tönle di Mario Rigoni Stern, racconto dell’epopea a cavallo del Novecento di uno degli ultimi venditori di stampe dei Remondini di Bassano. Questo libro ha agito su di me come una vera e propria illuminazione, spingendomi a oltrepassare la frontiera della storia del cinema e a muovermi all’indietro nel tempo per tentare d’inseguire e ricomporre una storia più ampia, incerta e sconfinata.
Quella legata alla nascita d’una nuova specie umana, da me battezzata degli Icononauti, o navigatori nelle immagini che, nel tempo, ha subito mutamenti genetici fino ad approdare alla più recente specie degli internauti. Già agli inizi del Settecento, grazie alle migliaia di venditori di stampe tesini, che partono da Bassano, percorrono l’Europa metro per metro, si può riconoscere la nascita e creazione d’una rete che coltiva e dilata, in maniera sistematica e ininterrotta, l’immaginario dell’uomo europeo. Questa rete, da qualsiasi punto la si voglia considerare, ha il suo epicentro nel Veneto, in Venezia, crocevia delle arti e spettacoli, Padova, con la sua Università e i suoi Teatri di Scienza Sperimentale, Bassano, centro di produzione e diffusione delle stampe popolari.
Per quasi vent’anni, fino alla redazione del Viaggio dell’Icononauta del 1997, ho tentato di dar vita e identità anagrafica a realtà sfuggenti, ectoplasmatiche di venditori di stampe e lanternisti anonimi, i cui nomi si potevano ritrovare solo negli archivi parrocchiali, o in qualche testo poetico o letterario. E di capire, contemporaneamente, gli effetti sui pubblici su cui le immagini scendono per secoli come occasioni eccezionali nel corso dell’esistenza e poi, dagli inizi del Novecento, cadranno a pioggia con frequenza periodica, creando forme di rito assai più inclusive, diffuse in tutto il mondo. Mentre oggi viviamo in una condizione di overdose ininterrotta di immagini che riceviamo in tempo reale in ogni momento della nostra giornata.
In tutte le mie deambulazioni nei territori della visione il Veneto, Padova, ma soprattutto Venezia e il Lido, sono sempre state il luogo di riferimento fondamentale, il punto di partenza, la stella polare e l’isola a cui tornare. Dal Veneto, anzi proprio dal campanile di San Marco e da Palazzo Ducale, grazie a Galileo, parte dai primi del Seicento, la prima contestata esplorazione ottica dell’universo. E nello stesso tempo l’idea che la scienza possa essere messa a disposizione della gente comune. Grazie alle stampe Remondini, ai venditori ambulanti e ai piccoli impresari di spettacoli ottici, questa regione è fabbrica, fulcro, punto d’ irradiazione e trasmissione capillare di una nuova lingua visiva, un mercato comune europeo delle immagini, che contribuisce alla creazione ed espansione d’un immaginario diffuso a tutti i livelli delle classi sociali.
Scienziati, artigiani, artisti veneti favoriscono, dal Settecento, lo sviluppo degli strumenti ottici, dai Mondi Nuovi alle lanterne magiche, dai Cosmorami, ai Diorami, alla fotografia agli Aletoscopi. Per merito della camera ottica di Canaletto, del vedutismo, della fotografia, stereoscopia e cinema, Venezia diventa uno dei luoghi più rappresentati del mondo con canoni visivi condivisi e a lento sviluppo e metamorfosi. A Padova, grazie a Giovanni Poleni, si costituisce agli inizi del Settecento, un primo laboratorio universitario di Fisica in cui trovano posto lanterne magiche e altri strumenti ottici. E, con perfetto tempismo, l’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti legittima scientificamente dalla seconda metà dell’Ottocento, l’invenzione della fotografia. Proprio in questo periodo a Venezia, attorno a Piazza San Marco, si registra la più alta concentrazione di studi fotografici in Italia.
A Venezia e nel Veneto il cinema entra subito in maniera stabile nel primo decennio del Novecento da protagonista di una nuova forma di spettacolo aperta a tutti i pubblici e contribuisce a modificare i modi e i luoghi di socializzazione urbani, partecipando ai processi di modernizzazione in atto nel paese. Qualche anno dopo, nel 1932, al Lido di Venezia, “isola ad alto potenziale di utopia”, come l’ha definita Tullio Kezich, all’interno delle attività della Biennale, nasce la Mostra del cinema, primo Festival del cinema nel mondo.
La Mostra veneziana oltre a rivendicare il diritto di primogenitura è dotata di uno straordinario potere fecondante in quanto genera, dal 1945, una costellazione d’altre storie, distinte e diverse e diffuse. Tutte con la stessa origine, tutte debitrici a Venezia di qualcosa. Oggi sappiamo che esistono migliaia di festival cinematografici nel mondo e almeno quattrocento importanti. E ancora: nel 1933 a Padova grazie all’insegnamento di Storia dell’arte di Giuseppe Fiocco viene discussa la prima tesi italiana di Storia del cinema. Il laureando è Francesco Pasinetti, ventunenne veneziano, che scriverà a 25 anni, nel 1938, la prima Storia mondiale del cinema.
Dal punto di vista iconografico prima e della rappresentazione cinematografica poi, Venezia resta tuttora uno dei luoghi capaci di agire sia da sfondo scenografico naturale, che da protagonista ed è in grado di accogliere, rappresentare e rendere drammaturgicamente plausibile ogni tipo di racconto: storico, reale, documentario, melodrammatico, erotico, spionistico, comico, noir, fantastico, fantascientifico. Mentre il Veneto ha avuto più di recente un suo autentico cantore in Carlo Mazzacurati, Venezia, a parte Pasinetti, morto prematuramente, non ha mai di fatto goduto d’un vero narratore cinematografico autoctono. E’ sempre stata un bene, un luogo, un patrimonio visivo comune e privilegiato da raccontare e declinare visivamente lungo tutti i centotrenta anni della storia del cinema nei modi più diversi sia dalla fiction che dal documentario.
Nel Veneto, grazie alla Biennale e all’ Archivio storico delle arti contemporanee, sono presenti luoghi di memoria dello spettacolo e dell’immaginazione popolare che formano un insieme diffuso, articolato e idealmente connesso: Venezia dove, oltre alla Biennale esiste La Fabbrica del vedere creata da Carlo Montanaro, Padova, con Il Museo della lanterna magica creato da Laura Minici Zotti, Abano, con il Museo della Maschera, ideato da Donato e Paola Sartori, Treviso, che ospita la collezione di Manifesti creata da Ferdinando Salce, oggi integrata dal lascito di Renato Casaro, appena scomparso, Bassano, con il Museo dedicato ai Remondini.
Tuttora, grazie alla Mostra del Cinema, che in questi anni si è aperta alle piattaforme digitali, alle serie, alla Realtà Virtuale, e ora all’Intelligenza Artificiale, Venezia è da considerare tra tutti i festival l’avamposto cinematografico più proiettato nel futuro e più dotato di patrimonio storico. Per queste e molte altre ragioni il Veneto merita a mio parere il riconoscimento di capitale del cinema e della visione popolare. (tenendo conto anche del distretto degli occhiali del bellunese il Veneto ha tutte le caratteristiche per avanzare una candidatura Unesco per queste sue caratteristiche).

Proprio ai primi del ‘600 Padova e Venezia diventano i nuovi poli d’un mutamento epocale nel modo di vedere e dilatare i poteri naturali dell’occhio. Galileo, e i luoghi in cui nascono e sviluppano le sue scoperte, ci consentono di fissare i primi punti notevoli di un grande racconto che si svolge nei secoli successivi. Il punto ideale di partenza di questa storia è proprio dal campanile da cui Galileo mostra al Doge le possibilità di uno strumento ottico giunto dall’Olanda a cui ha apportato alcune variazioni. “Dacché il Galileo nel 1609 rivolse al cielo il primo cannocchiale e mostrò dalla torre qui vicina Venere falcata, Giove circondato da quattro lune, il sole non scevro di macchie, Saturno misteriosamente conformato, la Luna sempre a noi rivolta colla medesima faccia, l’arte ottica, ristretta in pria tra gli angusti confini della costituzione degli occhiali, acquistò novella importanza e tutti a gara aspirarono a possedere il nobile strumento che ci poneva sott’occhio gli oggetti lontani, annullando per così dire le distanze e meravigliosamente ampliando i confini della nostra prima veduta”. Così, in un’adunanza veneziana dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti del 1843, il matematico e astronomo Giovanni Santini, direttore dell’Osservatorio astronomico di Padova, fissa il momento in cui, grazie a Galileo, nella storia della visione si attua una rivoluzione profonda. Oltre al merito di aprire la strada alla moderna scienza sperimentale Galileo vuole anche rivolgersi a pubblici più vasti.
«Nella mia vita di scienziato ho avuto una fortuna senza pari: quella di vedere l’astronomia dilagare nelle pubbliche piazze». Così il personaggio di Galileo del dramma di Bertolt Brecht, nel lungo monologo finale, mette anche in rilievo l’immediata ricaduta delle sue teorie al di fuori della cerchia dei dotti. La dimensione pubblica e popolare dello spettacolo in cui vengono mostrate o proiettate immagini è correlata in modo stretto alla diffusione dell’ottica e dei suoi strumenti: le dimostrazioni di ottica che si fanno spettacolo nell’ambito dello sperimentalismo, tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, entrando nelle accademie e società scientifiche e divenendo sempre più divertimento alla portata di tutti, trovano un successivo parallelo scenario e luogo di sviluppo e accoglienza nel mondo dello spettacolo popolare.
Lo stesso Galileo, nel descrivere al Doge le potenzialità del telescopio appena realizzato, sottolinea lo «straordinario benefizio» che se ne può trarre dall’uso per scopi militari e civili. Lo spectare, vorrà sempre dire per lui combinare la traduzione dell’esperimento in termini scientifici con lo stupore infantile, la meraviglia e il desiderio del viaggio e dell’avventura della visione. A questo punto il successivo pensiero sei-settecentesco, tutto proiettato a celebrare il progresso e i risultati della scienza, non può non adottare per intero gli strumenti ottici che dilatano in modo sconfinato i poteri conoscitivi dell’uomo. La lanterna magica, nata poco dopo, non può non godere dell’effetto trainante degli altri strumenti anche nel pensiero illuminista.
Ancora una volta Padova e Venezia risultano luoghi privilegiati nell’uso e sviluppo degli strumenti ottici a fini scientifici. La tradizione degli studi dell’ottica e delle sue molteplici applicazioni trova a Padova nel Teatro di Filosofia Sperimentale, ideato nel 1738 da Giovanni Poleni, scienziato molto versatile, e a Venezia, nell’attività di artigiani e ottici come Biagio Burlini e Domenico Selva, i nuovi protagonisti della creazione e dello sviluppo degli strumenti ottici per un uso pubblico, scientifico e spettacolare. Nel Teatro patavino di Poleni, che si può considerare il primo laboratorio scientifico europeo, viene raccolta una importante varietà di strumenti ottici commissionati in parte proprio a Burlini e Selva, come lanterne magiche, camere oscure, anamorfosi cilindriche, zogroscopi, microscopi solari, cannocchiali, telescopi gregoriani….
Nel 1758 Biagio Burlini, ottico e artigiano veneziano, pubblica la Raccolta di macchine ed istrumenti d’ottica che si fabbricano in Venezia da Biagio Burlini occhialaio sopra la Fondamenta di Rosmarino all’insegna di Archimede. In questo catalogo, con molta generosità, Burlini esalta l’opera di Selva, ottico concorrente che lavora in Calle Larga San Marco («Di cui non può ben dirsi se la Professione fatt’habbia più onore a lui o che egli lo abbia fatto alla Professione»). Pochi anni dopo, nel 1761, il figlio di Selva, Lorenzo, scrive a sua volta un trattato-catalogo. In cui una parte rilevante è dedicata alla descrizione delle Lanterne magiche, camere oscure e strumenti ottici, fatte, secondo le parole di Domenico «per capriccio». Che trovano soprattutto una applicazione e un uso spettacolare comune, sono «fatte pubblicamente vedere nella Piazza nostra molti anni sono in vari Carnevali».
E proprio nel Teatro Sperimentale di Poleni a Padova finisce una splendida lanterna magica di Selva. Ma già nell’iconografia e letteratura teatrale veneziana del Settecento ha fatto la sua apparizione, grazie a Goldoni, Longhi, Bella, Tiepolo, Zompini, un altro apparecchio per lo spettacolo ottico, il Pantoscopio o Mondo Niovo. Così ne parlano Lunardo e Simone nei Rusteghi di Carlo Goldoni:
Lunardo – Mi al dì d’ancùo, no so cossa sia un’opera, una comedia.
Simone – Mi m’ha menà una sera per forza a l’opera, e ho sempre dormìo.
Lunardo – Mio pare, co giera zovene, el me diseva: vustu veder el Mondo
Niovo? O vustu che te daga do soldi? Mi me tacava ai do soldi. … Troveghene uno ancùo, che fassa cusì. I li buta via, vegnimo a dir el merito, a palàe.

Siamo nel 1760: i due rusteghi non nascondono l’orgoglio e la soddisfazione d’essere riusciti a difendere, per tutta la vita, un atteggiamento di rifiuto nei confronti dello spettacolo e delle sue mille attrattive tentacolari. Ma le cose però sono andate in senso del tutto opposto: mentre Lunardo mette da parte i suoi due soldi, migliaia di altri bambini veneziani (come ci mostra Gaetano Zompini in una sua famosa stampa) accorrono al richiamo dell’imbonitore, come nella favola del pifferaio di Hamelin, e partono felici per i loro primi viaggi alla conquista dello spazio e del tempo. Nello stesso istante in cui tuffano gli sguardi nella scatola le immagini entrano in loro e cominciano ad alimentare la loro attività immaginativa e desiderante. Il proprietario del pantoscopio è fermo durante l’anno, col sole e la pioggia, proprio sotto le colonne del Palazzo Ducale, come ci documenta Longhi.
E grazie all’enorme diffusione di stampe aventi come soggetto Venezia, si crea un vistoso fenomeno di doppia polarizzazione. Piazza S. Marco diventa il punto di massima concentrazione di forme di spettacolo popolare e il luogo al momento più visto, rappresentato, desiderato e immaginato del mondo. Nel momento in cui iniziano a declinare in modo vistoso la gloria e la potenza di Venezia, l’industria europea delle immagini la promuove a stella polare dell’iconosfera. I tempi in cui il Mondo Nuovo fa la sua apparizione in piazza San Marco sono meno gloriosi e felici per la storia della Serenissima, ma perché non riconoscere egualmente a questa città e alla sua popolazione il diritto di assumere la veste di guida ideale della grande flotta europea lanciata alla conquista di nuovi mari, continenti e arcipelaghi della visione?
Negli anni in cui Monsieur Jean-François de la Harpe pubblica la sua Histoire générale des voyages in 32 volumi, l’impresario del Mondo Nuovo offre i suoi spettacoli di giorno nelle piazze e la sera nei palazzi promettendo un analogo viaggio attorno al mondo, assai più a buon mercato e non meno educativo e affascinante. Rispetto al popolo nomade, questo personaggio ha come obiettivo di creare un suo teatro stabile in miniatura. Con una certa soddisfazione uno di questi impresari scrive, nel suo biglietto di presentazione: “Nobilissimi signori. E’ arrivato in questa nobilissima città il suo servo veneziano, il quale ha portato l’edificio di quel Teatro, con il quale ha dato servitù per undici mesi nella Serenissima dominante di Venezia…”.
Se da Venezia la terraferma eredita la naturale vocazione a promuovere a soggetti di spettacolo lungo tutto l’arco dell’anno, i cittadini, senza distinzione di ceto e di età, nella terraferma, si costituiscono, fondono e confondono tra loro una miriade di forme di spettacolo e soggetti la cui storia parte da realtà circoscritte, e ha una ricaduta sul piano europeo. La piazza veneziana è il luogo da cui prendono vita in senso ideale e materiale le ricerche per seguire gli itinerari degli ambulanti, i cammini dei venditori di stampe che si spingono ben oltre i limiti del territorio veneto per portare il verbo visivo a popolazioni che parlano lingue assai diverse. Ho seguito questi ambulanti in giro per l’Europa, volendo certificarne l’esistenza e a un certo momento ho avuto la fortuna di imbattermi in un nucleo compatto di suppliche settecentesche redatte, nella maggior parte da scritturali operanti nelle vicinanze di piazza Navona a Roma. Cito solo quella del veneziano Antonio Businello che: “… supplica di voler concedere la facoltà di far vedere al pubblico uno strumento detto Il mondo nuovo, ma anche di svolgere attività di cavadenti e vendere alcuni segreti a levar macchie. Di tanto supplica l’E.V. per poter vivere onestamente con la propria famiglia…”.

Mentre se vogliamo allargare lo sguardo sul piano europeo e pensare a una immagine che racconti il momento d’oro dei venditori di stampe dobbiamo ricordare un famoso quadro del 1777 di Bernardo Bellotto, conservato al Muzeum Narodowe di Varsavia (Via Miodowa, da sud-est verso nord-est), dove nell’angolo in basso a destra è ben riconoscibile una figura di un venditore d’ origine trentina, che espone le stampe Remondini proprio all’ incrocio di questa grande arteria con la Via dei Senatori. Se gli affari andranno bene pensa di aprire un negozio stabile a Varsavia, come già hanno fatto i fratelli Daziaro, o a Utrecht come Giovanni Ognibeni e come faranno i compaesani che nei decenni successivi apriranno dei negozi in Russia, in Polonia, Francia e in altri paesi europei .
Assieme ai lanternisti, provenienti dall’Alta Savoia, i venditori di stampe sono i primi a creare un commercio europeo di beni impalpabili, i cui valori sono per lo più immateriali, legati a sogni e desideri, al primo diffondersi di forme e modi culturali, saperi laici, conoscenze letterarie e scientifiche che raggiungono destinatari in ogni parte del continente. Oggi si parla molto della Rete universale di cui volenti o nolenti facciamo parte: le migliaia di anonime figure in movimento lungo il territorio europeo sono di fatto le prime a stabilire una rete di immagini che ne collegano i punti estremi. Dai primi del 1700 si crea un distretto economico che, nel giro di alcuni decenni, diventa una sorta di capitale europea per la vendita delle stampe popolari prodotte a Bassano dai Remondini. I concorrenti di Augsburg, Parigi e Londra, rimangono per lo più nell’ambito dei rispettivi territori nazionali, riducendo al minimo i rischi.
In pratica, verso la metà del Settecento, non c’è luogo in Europa, per quanto sperduto, che non sia stato raggiunto dagli ambulanti tesini. E non c’è testa di bambino, donna o adulto, entro la quale le immagini popolari non abbiano depositato i loro semi o le loro spore colorate. Nei Sei dialoghi ottici pubblicati a Venezia nel 1787 Ludovico Selva parla degli spettacoli ottici nei casotti veneziani come di visioni che “feriscono la fantasia”. Mondo Nuovo e vedute d’ottica in esso contenute hanno il potere di creare le prime forme di cittadinanza virtuale di massa per l’uomo europeo. Con la cassela del Pantoscopio entriamo per la prima volta in tutta la storia della visione in contatto con i cittadini di un nuovo mondo pieno di meraviglie realizzate dall’uomo, un mondo costruito dall’uomo e a misura d’uomo, pacificato, fatto di tolleranza, di armonia, di rapporti civili paritetici, dal quale sembra quasi bandita la paura per il diverso e il mostruoso e ricchi e poveri si accostano alla stessa comune fonte visiva.
Ma già verso la metà dell’Ottocento, quando l’invenzione della fotografia inaugura una nuova era della visione si ha l’impressione di assistere alla fine di questa civiltà. Da un giorno all’altro i torchi delle stampe si fermano e i venditori di immagini e i lanternisti spariscono poco a poco dal paesaggio. L’avvento della fotografia apre una nuova fase nella rappresentazione e nella storia della visione legata al territorio veneto, in particolare a Padova, dove l’Università apre ai primi esperimenti di fotografia e a Venezia. Già dalla fine degli anni Trenta, proprio all’indomani dell’invenzione, giungono a Venezia le prime notizie sulla scoperta del signor Daguerre.
All’alba della nuova Italia Venezia appare in tutta la sfolgorante bellezza della sua luce agli occhi delle decine di fotografi che sembrano trasferire nel nuovo mezzo la lezione del vedutismo settecentesco di cui si sentono eredi e legittimi continuatori. Non pochi tra i primi fotografi italiani e veneziani, ma non solo, da Domenico Bresolin a Antonio Perini, da Giuseppe Coen a Giovanni Jankovich, hanno frequentato l’Accademia di Belle Arti, o hanno cominciato la loro attività come vedutisti o litografi. Per una buona parte il passaggio alla fotografia è stato il punto d’arrivo nel processo di naturale evoluzione dell’attività artistica e professionale.
In effetti le ragioni per cui Venezia diventa, dall’indomani dell’ invenzione di Daguerre, vera e propria capitale dei nuovi territori della visione, dipendono sia dall’infinita mutevolezza della sua superficie ad opera della doppia magia della città e dei poteri del nuovo mezzo, che dagli innumerevoli riflessi delle sue acque, che fanno sì che ogni veduta fotografica risulti diversa dalle altre ma soprattutto dall’esistenza di veri e propri canoni visivi fissati dal vedutismo settecentesco, che hanno contribuito a diffonderne nel mondo l’immagine, con i suoi monumenti, le sue chiese e palazzi e che i primi fotografi intendono riproporre e sviluppare, sfruttando al massimo i poteri del nuovo mezzo.
Venezia, nel giro di pochi anni, è invasa anche dai fotografi stranieri cui si uniscono presto personaggi che vivono e operano nel Veneto. Così un primo grossolano censimento registra che, nel 1860, una trentina di studi fotografici o laboratori autorizzati all’esercizio dell’arte fotografica dalla Luogotenenza Veneta. Tra tutti ci basterà ricordare, Carlo Ponti, Carlo Naja, e Giuseppe e Michele Kier. Grazie anche a loro, e alla riproducibilità tecnica dei negativi al collodio, la Serenissima rivive in tutto il suo splendore atemporale non più sulla tela, ma sulle carte salate o albuminate, riuscendo a celare alla vista i segni della sua sofferenza economica, del suo isolamento, delle sue ferite, della miseria, delle malattie, dell’incuria, del degrado e della rovina materiale e morale che l’hanno colpita a tutti i livelli. E anche se con l’annessione all’Italia la città è destinata a perdere per sempre il suo ruolo politico su quello culturale e dell’immaginario collettivo, grazie proprio alla fotografia, alla creazione della Biennale e all’avvento del cinema, riesce addirittura a rafforzarlo e a estenderne la portata.
Nel passaggio tra l’Ottocento e il Novecento avviene qualcosa di nuovo e diverso: gli spazi del divertimento e della socializzazione si moltiplicano e si danno nuove regole urbanistiche. Da questo punto di vista il Veneto appare come un territorio chiave, ideale per capire le relazioni tra processi di modernizzazione, modificazione dei comportamenti sociali, sviluppi della vita associativa su differenti registri e secondo modelli assai diversi e dinamici. Tra l’unità d’Italia e la Prima guerra mondiale il Veneto è stato, e ha continuato ad essere, per vocazione più che per fortunata collocazione geografica, il cuore, il punto di convergenza, interazione e irradiazione europea di tutte le forme dello spettacolo, stabile e ambulante, colto e popolare. Vediamo subito come il cinema viene accolto a Venezia. Nel programma Lumière al Teatro Minerva del 22 agosto 1896 (non il primo, avvenuto più di un mese prima), sono proiettate cinque vedute veneziane, tra cui una ripresa del Canal Grande dal vaporetto che l’operatore rivendica come invenzione del movimento di macchina. Le immagini dei Lumière possono apparirci come varianti di una catena che ha fissato dalla camera lucida di Canaletto, i canoni del vedutismo veneziano. La città, agli occhi dei proto-spettatori, proprio col movimento della ripresa dal vaporetto, esce però dalla dimensione atemporale del fondo oro dei mosaici, per mostrare di volersi sintonizzare con i ritmi della modernità. Il cinema l’ha aiutata a uscire dal tempo morente ereditato dal romanticismo per farla desiderare di entrare da protagonista nel XX secolo.
Nel momento stesso in cui giunge a Venezia, il cinema la promuove a soggetto privilegiato della rappresentazione e presto i teatri veneziani si dimostrano assai ospitali nei confronti del nuovo tipo di spettacolo. E anche tolleranti in fatto di moralità pubblica e buon costume. Alla serata nera del 2 luglio 1900 del Teatro Minerva «possono intervenire le signore» e il 13 maggio dell’anno successivo si dice nelle locandine pubblicitarie che «attraggono moltissimo le celebri raffigurazioni della parigina che si sveste nella sua toilette notturna». I frammenti minimi di dati che possiamo raccogliere sul costituirsi dei primi pubblici ci consentono perfino di risentire i richiami degli imbonitori (come quelli di Fureghìn del cinema di Ponte della Piavola: «Oh solamente che otocentovinticinque metri, gnente altro che squasi mile metri de drama… Oh che belo, che bel drama, oh che magnifico! oh che spetacolo! Oh che drama dramatico!»), o le interazioni del pubblico con lo schermo.
Di fatto il nuovo spettacolo è subito adottato con entusiasmo da tutti i veneziani nei sestieri e nelle isole “Andèmo, andèmo alle vedute vive!” si sente gridare come un grido di battaglia dalla folla di spettatori che confluisce in calle XXII Marso al teatro Minerva il 22 agosto 1896 da Piazza San Marco, Calle Valleresso e dai campi Santo Stefano o San Fantin. Già dal 1905 – dopo alcuni anni in cui il cinema viene ospitato nei teatri assieme agli spettacoli di varietà o d’illusionismo, o nello stabilimento bagni del Lido, o circola lungo la riva degli Schiavoni, o in campo Santa Margherita, grazie ai baracconi ambulanti degli Zamperla, dei Bläser, dei Roatto – si apre la prima sala cinematografica al Teatro Ridotto in Calle Vallaresso. E a ruota in Campo Santa Margherita, a San Zulian, al Ponte della Piavola, a Castello. Nel giro di pochi anni le sale raggiungono la trentina e appaiono distribuite in tutti i sestieri della città, oltre che al Lido, dove all’Excelsior opera un cinema omonimo. La mancanza di capitali consistenti condiziona da subito le ambizioni produttive di Venezia che troverà più facile offrirsi come set privilegiato per molti tipi di storie piuttosto che divenire polo d’investimento nella nuova industria dello spettacolo.
Il cinema, dall’indomani della sua invenzione, oltre a promuovere Venezia a capitale del nuovo immaginario popolare l’ha utilizzata come sfondo o protagonista di una miriade di storie. Ora con scenari naturali, ora ispirati alla pittura, ora con trame tratte dalla letteratura e teatro di tutti i tempi. Attingendo alla tradizione della tragedia shakespeariana, di Goldoni, dei drammi di Dall’Ongaro, o di Zévaco, ma anche dalle memorie di Giacomo Casanova, o dal Milione di Marco Polo, che ha ispirato il Marco Polo televisivo del 1982 di Montaldo, con piazza San Marco ricostruita a Malamocco. Oltre lo scenario veneziano e l’opera di Shakespeare, che ha consentito di conoscere anche Verona e Padova, sono stati ancora i testi letterari e teatrali che, nel tempo, hanno guidato in modo costante alla scoperta cinematografica del Veneto. Lungo il Novecento, per raccontare le molte maschere di Venezia, si è attinto a Byron, e D’Annunzio, Boito (Senso, 1954), Mann (Morte a Venezia, 1971. Per quanto riguarda le fonti letterarie venete, in ordine sparso sono da ricordare Fogazzaro di Malombra (1916 e 1942), Salgari, Berto, Comisso, Piovene, Buzzati, Goffredo Parise, Mario Rigoni Stern, Meneghello, Cibotto, Ongaro, Elio Bartolini, Saviane, Ferdinando Camon, Carlotto, Righetto… C’è Goldoni, dall’inizio del sonoro, poi Gallina e più avanti Ruzante, adattato da Gianfranco De Bosio (La Betìa,1975).
Partendo dall’epicentro veneziano lo sguardo di una folla di operatori e registi italiani e stranieri, di finzione e documentari, spinto anche dai venti della I guerra mondiale, si è aperto a tutti i punti cardinali del Veneto, includendo da quel momento ogni tipo di realtà spazio-temporale. Negli anni trenta, grazie alla nascita della Mostra del Cinema si accende per Venezia la scintilla di un nuovo processo di svuotamento delle caratteristiche della città reale e di acquisizione di nuovi attributi nelle dimensioni dell’immaginazione e dei sogni.
Caso, fortuna, serendipity, si sposano al tempismo perfetto con cui l’Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica nasce a poca distanza della nascita del sonoro nel cinema ed ha modo, nel giro di alcuni anni, di amplificare i risultati d’ogni nuovo traguardo. E di documentarne gli sviluppi tecnologici, dall’avvento del colore, ai primi tentativi di 3D, all’accoglienza del cinema sperimentale e d’avanguardia. Per tre settimane la Mostra diventa, un’enclave unica di rappresentazione e circolazione di modelli culturali, ideologici, sociali e politici disomogenei e distopici rispetto a quelli del governo. Per un paio d’anni, di fatto, nulla di ciò che caratterizza o appare come elemento identitario del fascismo, sembra trovare accoglienza, cittadinanza, o aspirare al diritto di jus soli a Venezia. È l’anima di Venezia a vincere.
Insieme con gli odori della brezza marina e ai sentori d’uno spirito laico al Lido si respira, nell’area circostante l’Excelsior, un’aria pacificata e festosa di libera circolazione di emozioni e idee, luoghi, forme sociali e culturali diverse e distanti tra loro e non sottoposte a vincoli, la cui eccezionalità e novità va sottolineata e tenuta presente ancor oggi. In nessun altro luogo italiano si percepisce un analogo spirito cosmopolita, si dimenticano le prescrizioni autarchiche e si ha l’impressione di godere grazie al cinema, d’una cittadinanza internazionale capace di superare ogni tipo di barriera culturale, sociale, politica, geografica. Questo spirito la Biennale ce lo regala anche oggi e della rivendicazione e difesa di questo suo ruolo, noi possiamo riconoscere di sentirci orgogliosi e grati.
Nella foto: il pubblico di una delle prime Mostre del cinema di Venezia (anni Trenta).
Conferimento Medaglia di Galileo Galilei a Laura Minici Zotti
Il 7 maggio 2026, nell’ambito delle giornate di studio “Sguardi fuori campo. Fotografia italiana al femminile nel secondo dopoguerra”, promosse dall’Università di Padova, si è svolta presso l’Archivio Antico di Palazzo Bo la cerimonia di conferimento della Medaglia di Galileo Galilei a Laura Minici Zotti.
Le giornate di studio, dedicate al ruolo delle donne nella fotografia di documentazione sociale e nella costruzione dell’identità italiana tra il 1945 e il 1960, hanno proposto una riflessione su autrici, archivi e pratiche visive femminili spesso trascurate dalla storiografia. In questo contesto è stato scelto di rendere omaggio a Laura Minici Zotti, studiosa, “lanternista” e fondatrice del Museo del Precinema, figura che, pur operando in un ambito precedente alla fotografia moderna, ha contribuito in modo decisivo alla comprensione culturale delle immagini e dei dispositivi ottici che hanno prefigurato la cultura visuale contemporanea. Il riconoscimento è stato assegnato d’intesa con il Comune di Padova e consegnato dall’Assessore alla Cultura Andrea Colasio.
Per l’occasione è stata proiettata la registrazione dello spettacolo di Lanterna Magica “La vita di Giacomo Casanova”, ideato da Laura Minici Zotti, in cui le tecniche di proiezione del passato vengono fatte rivivere per restituire la figura di un personaggio complesso e controverso, attraversato ancora oggi da un forte fascino tra storia, leggenda e immaginario.
A seguire, Alberto Zotti, direttore del Museo del Precinema e docente di Storia della Fotografia, ha presentato la figura di Annie Londonderry, viaggiatrice e impresaria di fine Ottocento che, nel suo viaggio in bicicletta intorno al mondo, costruì la propria narrazione attraverso la fotografia e forme di comunicazione allora nuove, anticipando modalità moderne di autorappresentazione.
La cerimonia si è inserita in un più ampio programma di studio che intende valorizzare il contributo delle donne nella costruzione dell’identità visiva e culturale del secondo dopoguerra, e ha confermato la continuità del dialogo tra il Museo del Precinema e le istituzioni cittadine.


Il ringraziamento della fondatrice Laura Minici Zotti
(si ringrazia Lucia Schiavon per il video)
4 aprile 2026 SYSTEMET – High Society: Music for Mountaintops
Museo del PRECINEMA – Collezione Minici Zotti
presenta
SYSTEMET – High Society: Music for Mountaintops
Performance audio-video e visita guidata al Museo del Precinema
Sabato 4 aprile 2026, ore 21

Di notte i confini tra realtà e immaginazione, tra memoria e presente, si fanno meno definiti. Anche dentro un museo gli oggetti cambiano statuto: ciò che di giorno è testimonianza, storia, tecnica, nel buio acquisisce una presenza più viva e misteriosa. Sabato 4 aprile, a partire dalle ore 21, il Museo del Precinema ospiterà un evento diverso da ciò a cui ha abituato il proprio pubblico: la performance di Systemet (Eugenio Paganelli) intitolata High Society: Music for Mountaintops, un concerto di musica elettronica sperimentale accompagnato dalle videoproiezioni di riprese montane elaborate dall’artista visivo Gabriele Marchina. Prima del concerto, i partecipanti potranno prendere parte a una visita guidata della collezione. Per l’occasione sarà allestita una teca con vetrini per Lanterna Magica ottocenteschi, dipinti e fotografici, dedicati alla montagna: vedute alpine, ghiacciai, le prime tracce antropiche di addomesticamento umano del paesaggio.
In questa soglia notturna, luce e suono diventano il medium attraverso cui immagini di epoche lontane – i vetrini antichi e le riprese digitali di una natura irriconoscibile – entrano in cortocircuito, producendo uno straniamento percettivo, un modo diverso di guardare e ascoltare, portandoci a riflettere sul nostro rapporto con la natura e la sua rappresentazione, tra meraviglia, conoscenza e interpretazione estetica.
Dalla metà del XVII secolo, le proiezioni di Lanterna magica hanno funzionato come riti collettivi di scoperta di nuovi mondi e costruzione dell’immaginario. La natura era misteriosa, e quelle immagini offrivano la possibilità di un viaggio, di un’esperienza trasformativa. Systemet riprende questa eredità in un contesto contemporaneo, dove il paesaggio alpino è già stato ampiamente esplorato e immortalato, infine stereotipato. Il lavoro non registra, ma riattiva il paesaggio in chiave psicogeografica. Musica e immagini nascono dall’esperienza reale in quota e si trasformano attraverso elaborazioni digitali che le rendono instabili, aperte, capaci di sorprendere lo spettatore. Il suono, generato da un sintetizzatore autocostruito, non accompagna le immagini: ne ricostruisce la materia percettiva in forma quasi sinestetica.
I concerti di Systemet in alta montagna sono pensati per pochi partecipanti, in una condizione di prossimità e ascolto concentrato, con un coinvolgimento totale dei sensi. Nel teatrino del museo questa dimensione si ripropone in forma analoga: uno spazio raccolto e denso di storia, in cui immagine e suono agiscono in modo immersivo e intimo, restituendo un’atmosfera intensa e suggestiva.
Eugenio Paganelli è artista, viaggiatore e psicogeografo. Attraverso concerti, eventi e la sperimentazione di pratiche visive e sonore, indaga l’influenza della geografia sulla mente, sul comportamento e sulla produzione artistica, muovendosi continuamente tra grandi città europee — Londra, Barcellona, Bruxelles, Amsterdam, Bologna — e paesaggi naturali. Dal 2026 cura l’etichetta Paganelli Psychogeography, dedicata alla documentazione del proprio lavoro e di artisti affini. Con il nome Systemet (insieme al musicista belga Björn Jauss) produce e indaga le sonorità drone con sintetizzatori e sistemi audio sperimentali.
Biglietto 8€
Posti limitati. Prenotazione obbligatoria scrivendo a:
info@minicizotti.it
tel. 049 8763838
Prato della Valle 1A, Padova
Visite guidate mostra “Il cinematografo. 130 anni di meraviglia”
Dal 28 dicembre al 15 febbraio, presso il Museo del PRECINEMA – Collezione Minici Zotti, in Prato della Valle, è possibile visitare la mostra “Il cinematografo. 130 anni di meraviglia”, realizzata con la collaborazione dell’Archivio Immagine in Movimento di Adria in occasione delle celebrazioni per la nascita del cinema.All’interno del percorso espositivo, una selezione di materiali dell’Archivio è presentata in cinque teche, offrendo al pubblico documenti originali d’epoca che testimoniano l’alba della settima arte. Locandine, cataloghi, fotografie e materiali rari raccontano i primi anni del cinematografo, tra cui il biglietto-gettone della prima proiezione dei Fratelli Lumière e una rara partitura di Émile Maraval, compositore prediletto dai Lumière e presente nei programmi musicali delle loro prime proiezioni.
L’Archivio Immagine in Movimento di Adria si conferma così custode di una memoria visiva di rilievo nazionale e internazionale, inserita in un contesto espositivo di alto valore storico e culturale. La mostra è stata presentata ufficialmente il 28 dicembre nella prestigiosa cornice del Caffè Pedrocchi di Padova.
In occasione dell’esposizione, domenica 1 febbraio alle ore 11.30 e alle ore 14.30 sono previste due visite guidate speciali al Museo del Precinema e alla mostra, alla presenza della prof.ssa Silvia Nonnato, conservatrice dell’Archivio Immagine in Movimento. La partecipazione è inclusa nel regolare biglietto d’ingresso. La prenotazione è obbligatoria scrivendo a info@minicizotti.it o telefonando al 049 8763838.

BUON COMPLEANNO CINEMA 1895 – 2025

Il Museo del Precinema – Collezione Minici Zotti e l’Associazione Amici dei Musei di
Padova e Provincia celebrano al Caffè Pedrocchi i 130 anni dalla nascita del
cinematografo dei Lumière
Il 28 dicembre 1895 è una data che segna una svolta nella storia dell’umanità: per la prima volta, nella sala di un caffè parigino, il pubblico vede apparire nel buio l’immagine della realtà.
In bianco e nero, muta, ma viva, in movimento, grande. È la prima presentazione pubblica del Cinematograph dei fratelli Lumière: l’esito naturale di un lungo percorso, il compimento di un
lungo cammino fatto di esperimenti, invenzioni, scoperte, strumenti ottici e forme spettacolari che oggi chiamiamo Precinema.
Domenica 28 dicembre 2025, a 130 anni di distanza, nella sala di un altro storico caffè, sarà possibile rivivere l’emozione di quella prima proiezione. Al Cafè Pedrocchi di Padova, nella
suggestiva Sala Rossini, il pubblico potrà rivedere i dieci film della leggendaria serata dei Lumière, che continuano a incantare per la poesia delle immagini, la naturalezza delle scene
e la meraviglia di poterli vedere ancora, dopo così tanto tempo dalla loro realizzazione. L’iniziativa non è soltanto un omaggio al passato, ma anche uno sguardo al futuro, nello spirito della promozione della
cultura come esperienza condivisa, attraverso la collaborazione tra istituzioni e cittadini in un lavoro collettivo di valorizzazione del patrimonio. Un patrimonio che non deve essere soltanto ben conservato, ma reso vivo e parte integrante della vita sociale e culturale della comunità. L’incontro del 28 dicembre sarà infatti l’occasione per presentare ufficialmente la nuova Associazione Amici dei Musei di Padova, nata con l’intento di promuovere la conoscenza, la tutela e la diffusione del patrimonio culturale, creando sinergie tra enti, studiosi e cittadini. L’associazione, sostenuta nella sua
fondazione dal Museo del Precinema, si propone di diventare un punto di riferimento per la partecipazione attiva alla vita culturale della città e del territorio.
Nel corso dell’evento sarà inoltre illustrato l’importante progetto “PRECINEMA SOTTO LA LENTE: documentazione fotografica e comunicazione della Collezione Minici Zotti”, che ha impegnato il Museo
del Precinema negli ultimi mesi, volto alla realizzazione delle fotografie in alta definizione della Collezione Minici Zotti. Grazie al finanziamento della Regione Veneto, il patrimonio del museo è stato finalmente riprodotto digitalmente, in previsione dell’edizione di un nuovo catalogo cartaceo, ma soprattutto della condivisione in rete, per consentire a studiosi e curiosi di esplorare nei dettagli le caratteristiche e la bellezza dei materiali conservati.
Ad arricchire il programma, la professoressa Silvia Nonnato presenterà l’Archivio Immagine in Movimento e la mostra “Il Cinematografo, 28 dicembre 1825-2025 centotrent’anni di
meraviglia”, illustrando alcuni materiali storici relativi ai Fratelli Lumière e al cinema delle origini.
Come da tradizione, la conclusione di questo incontro natalizio sarà dedicata alla Lanterna Magica, con uno dei racconti più amati del repertorio ottocentesco: “Canto di Natale” di Charles Dickens. Con la proiezione delle immagini tratte dai vetrini originali e la narrazione dell’attore Paolo Caporello, il racconto farà rivivere al pubblico l’atmosfera intima e incantata del Natale.
La partecipazione all’evento è gratuita, con prenotazione obbligatoria
VENEZIA MOSTRATA CON LA LANTERNA MAGICA – 15 dicembre 2024 ore 18 Sala Rossini (Caffè Pedrocchi, Padova)

Il Museo del PRECINEMA – Collezione Minici Zotti ringrazia per il grande interesse e l’entusiasmo dimostrati per la nostra speciale iniziativa natalizia di domenica 15 dicembre, dedicata alla proiezione con la Lanterna Magica, alle ore 18:00, presso la suggestiva Sala Rossini del Caffè Pedrocchi di Padova.
Siamo lieti d’informarvi che i posti disponibili sono stati tutti prenotati e l’evento è ufficialmente SOLD OUT.
L’evento offrirà un affascinante viaggio nella Venezia di fine Ottocento, attraverso le proiezioni della Lanterna Magica, un antico strumento ottico, predecessore del proiettore cinematografico, che ha incantato molte generazioni con sperimentazioni visive che hanno aperto la strada alla Settima arte.
Le immagini dell’epoca, fissate su antichi vetrini da proiezione originali, includono fotografie in bianco e nero e colorate a mano. La selezione principale proviene dalla serie “A Week in Venice”, pubblicata a Londra nel 1893, e rappresenta una Venezia inedita, lontana dalla città che conosciamo oggi. Durante la serata, queste immagini ci permetteranno di riflettere sulle trasformazioni della città nel tempo, evidenziando le sue continue evoluzioni.
La proiezione sarà a cura della lanternista Laura Minici Zotti, fondatrice del Museo del PRECINEMA, con il commento dell’attore Paolo Caporello. Prima di accendere la Lanterna, Laura Minici Zotti introdurrà la serata condividendo qualche ricordo della sua città natale, a cui è ancora oggi molto legata.
Per concludere la serata nello spirito delle festività, verrà inoltre proiettato il celebre Canto di Natale (o Il Fantasma di Marley) di Charles Dickens, una delle storie natalizie più amate e conosciute, già ai tempi della Lanterna Magica.
Fantastiche visioni – Un magico viaggio tra Precinema e illusionismo

Gli eventi d’intrattenimento dedicati alla Lanterna Magica, in prossimità del Natale, sono diventati nel corso degli anni una tradizione per il Museo del Precinema. Le antiche lanterne e i vetrini dipinti evocano i tempi passati e un senso di nostalgia, in perfetta sintonia con lo spirito delle festività invernali.
L’anno scorso, nella splendida cornice dell’ottocentesca Sala Rossini del Caffè Pedrocchi, con il contributo del Comune di Padova, abbiamo organizzato un evento di grande successo dedicato a colui che, prima di tutti, ha saputo trasferire il fascino del Precinema nella Settima arte: il pioniere del cinema fantastico George Melies. Desideriamo replicare l’iniziativa anche quest’anno, mercoledì 20 dicembre, alle ore 18, con la proiezione di un nuovo esclusivo filmato. Si tratta delle riprese video dello spettacolo di Lanterna Magica “Il Fantasma di Robinson Crusoe”, progettato e realizzato da Laurent Mannoni (direttore scientifico e conservatore presso la Cinémathèque française, istituzione con la quale collaboriamo fin dall’apertura del museo). Il programma è ispirato al lavoro di Daniel Defoe e alle “Memorie di Étienne-Gaspard Robertson”, leggendario lanternista francese di fine ‘700, ideatore della Phantasmagoria. La videoproiezione consente di replicare lo spettacolo garantendo la salvaguardia dei vetrini originali. Per rendere l’evento ancora più speciale e per far conoscere un aspetto meno conosciuto della Lanterna Magica, una seconda parte dello spettacolo sarà dedicata alla magia vera e propria, con un breve spettacolo di illusionismo di Marc Casellato (The Illusion Man), grande conoscitore della storia della magia e illusionista tra i più creativi sulla scena internazionale. Grazie alla fedele ricostruzione di alcuni oggetti appartenuti a Harry Houdini, il pubblico rivivrà l’incanto delle esibizioni del più famoso illusionista di tutti i tempi, partecipando di persona ad alcuni sorprendenti trucchi magici. Pochi sanno che verso la fine della sua vita, Houdini tenne numerose conferenze contro i falsi spiritisti, durante le quali accompagnava la presentazione di alcuni effetti con la proiezione di vetrini per lanterna magica. Il filo conduttore dell’evento sarà dunque la doppia anima della Lanterna Magica, in grado di creare fantastiche illusioni ma anche di “illuminare” e svelare la realtà nei suoi aspetti più curiosi.
L’ingresso è gratuito.
Per partecipare è necessaria la prenotazione, da effettuare entro il 19 dicembre, tramite il portale Eventbrite.
Link prenotazione: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-fantastiche-visioni-un-magico-viaggio-tra-precinema-e-illusionismo-776869045227
I posti sono limitati. In caso di disdetta si prega di avvisare tempestivamente.
Magical Moments – Proiezione video di uno spettacolo di Lanterna Magica

In queste due giornate, i visitatori del museo avranno la possibilità di visionare le riprese video di uno spettacolo di Lanterna Magica eseguito dal lanternista inglese Martin Gilbert, grande studioso di precinema e membro attivo della Magic Lantern Society. Il video è stato gentilmente fornito al museo per consentire ai nostri visitatori di scoprire e apprezzare il fascino di un antico strumento che ha rivoluzionato la fruizione dell’immagine. La proiezione consentirà di ammirare sul grande schermo le immagini meravigliose dei vetrini d’epoca, una selezione di paesaggi incantevoli e animazioni sorprendenti, vedute panoramiche di città, paesaggi, dissolvenze, scene fantastiche e di vita quotidiana.
La lanterna magica, un tempo considerata una tecnologia all’avanguardia, oggi è diventata un’arte rara e preziosa, ma lanternisti come Martin Gilbert, con talento e passione, l’hanno riportata in vita in tutta la sua bellezza e complessità. Sarà un’occasione imperdibile per scoprire la magia della proiezione e vivere un’esperienza coinvolgente e suggestiva che unisce storia, tecnica e fascino visivo.
La partecipazione alla proiezione è inclusa nel biglietto d’ingresso al museo. Saranno organizzati due turni, il primo alle ore 11 e il secondo alle 14. I posti sono limitati, pertanto consigliamo di prenotare in anticipo scrivendo a info@minicizotti.it o chiamando al 049-8763838.
La vita di Giacomo Casanova – Carnevale al Museo del Precinema

Sabato 18 e domenica 19 febbraio, in chiusura del Carnevale e a pochi giorni dalla Festa di San Valentino, il Museo del Precinema ha organizzato un’iniziativa gratuita per farvi vivere appieno lo spirito di gioiosa fantasticheria e giocosa reminiscenza del passato che si respira per le vie delle nostre città in questo periodo.
In queste due giornate, oltre alla visita del museo, in Prato della Valle, sarà possibile assistere alla proiezione del film “La vita di Giacomo Casanova, mostrata con la Lanterna Magica”, uno dei più conosciuti programmi della “lanternista” Laura Minici Zotti. L’intero spettacolo, realizzato interamente con antichi vetrini conservati nella collezione del museo, molti dipinti a mano, e una Lanterna Magica originale di fine ‘800, è stato ripreso professionalmente e riprodotto su dvd, per non compromettere la conservazione dei preziosi materiali e per offrire la possibilità di rivivere la magia del precinema a chi non è riuscito ad assistere a una delle numerose proiezioni nei teatri. All’ultimo piano di Palazzo Angeli, negli stessi locali che si dice abbiano ospitato Casanova in visita da Andrea Memmo, il buio della suggestiva “soffitta” sarà complice dei sentimenti e le immagini sembreranno apparire come per magia, cancellando limiti di spazio e tempo, facendoci vivere con gli occhi le passioni e le avventure del più celebre seduttore della storia. Verità o racconto romanzato, resoconto lucido o memorie trasfigurate di una gioventù ormai lontana? Comunque sia, il discutibile e discusso personaggio, a 200 anni dalla pubblicazione delle sue “Mémoires”, non smentisce se stesso e con il suo inquietante fascino, siamo sicuri che riuscirà ancora a “sedurre”.
Il programma prevede due turni per ogni giornata, alle ore 11 e alle ore 14, della durata di circa un’ora. Dopo la videoproiezione sarà possibile visitare il Museo e scoprire le meravigliose invenzioni e le forme di spettacolo ottico alle origini della Settima Arte. Per partecipare è necessario prenotarsi tramite il portale Eventbrite al seguente link:
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-la-vita-di-giacomo-casanova-carnevale-al-museo-del-precinema-545226135047
